Kappa Di Picche

“Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare”

ESSI DICONO. EPISODIO 2: ENRICO LETTA AL BRUEGEL.

Dopo essersi incontrati il giorno precedente al Forum Ambrosetti a Cernobbio, il 9 Settembre a ora di cena è il momento per Jean Claude Trichet di ricambiare il favore all’amico Enrico Letta, ospitandolo a Bruxelles per una cena del Bruegel.


Poiché probabilmente questa notizia, e quindi il contenuto del discorso del nostro Presidente del Consiglio, è stata dimenticata sui quotidiani nazionali, sembra opportuno riportare qui una fedele traduzione dall’inglese all’italiano della parte principale del discorso di Letta, che trovate il lingua originale QUI.

I commenti a tali parole sembrano superflui, pertanto ci siamo limitati a sottolineare i passaggi salienti.

Chi invece volesse godere anche dell’ironia contagiosa di Letta e Trichet, il Video completo dell’incontro è altamente consigliato…

Caro presidente, Jean Claude Trichet
Caro Direttore, Guntram Wolff
Cari Membri del Parlamento Europeo
Signore e Signori
Grazie molto per le tue cortesi parole d’introduzione, Jean Claude, e per il tuo invito ad intervenire alla cena del Meeting Annuale del Bruegel
Non intendo proporvi un discorso standard su a che punto si trovi l’eurozona e quale si la lista delle cose da fare nei prossimi mesi. Piuttosto, se me lo permetterete, preferirei dedicarmi ad alcune problematiche politiche sul futuro dell’Unione Economico-Monetaria (UEM) e sul futuro dell’Europa.
Sono pieno di ottimismo ma non credo che la crisi sia alle nostre spalle e che possiamo distogliere l’attenzione dalle sfide economiche. Alcuni leading indicators ci dicono che l’economia si sta riprendendo nell’eurozona. La fiducia sta tornando. Comunque, la ripresa è fragile e ineguale. La disoccupazione rimane drammaticamente alta in molti Stati Membri, come in Italia. C’è molto lavoro ancora da fare.
Ciò che voglio dire è che non ci mancano le opportunità di dibattere gli aspetti tecnici della politica economica e monetaria dell’UE. Parliamo molto meno delle fondamenta politiche necessarie a costruire una UEM e una Unione Europea adatta alle sfide del presente.
Negli anni passati, l’Europa ha compiuto progressi straordinari nel rispondere alla crisi. Le decisioni hanno generato un processo di trasformazione che non ha seguito un deliberato progetto ex ante.
I nuovi accordi hanno marcato una rottura con il passato ma ancora non possiamo vedere emergere una architettura a tutti gli effetti. Ci siamo allontanati dai vecchi assetti ma non abbiamo ancora completato la transizione nel nuovo. Allo stesso tempo stanno emergendo tensioni politiche, il disincanto o addirittura il rifiuto del processo di integrazione europeo sta crescendo. Spostandosi dalla gestione della crisi a problemi più strutturali, le cose si fanno più difficili.
Adesso è arrivato il momento di scontrarci a questi temi. Se non lo facciamo, diventerà difficile proseguire e rimarremo bloccati a metà strada.
La ragione per cui sollevo questo tema staserà è che nella seconda metà del prossimo anno l’Italia avrà la presidenza del consiglio dei ministri. La presidenza italiana arriverà in un momento cruciale per l’Unione Europea. Nel maggio del prossimo anno i cittadini europei eleggeranno un nuovo Parlamento Europeo. Nei mesi successivi le istituzioni europee sceglieranno il nuove presidente della commissione europea e i nuovi membri della commissione, il nuovo presidente del consiglio europeo e il nuovo alto rappresentante. Le persone cambieranno, le politiche devono cambiare.
L’Europa tornerà alla lavagna e fisserà una nuova serie di priorità e obiettivi per il futuro. E i prossimi cinque anni segneranno una fase cruciale per l’evoluzione dell’Unione. Saranno il momento di scegliere se vogliamo fare un salto in avanti, e progredire verso una nuova fase nella vita dell’Unione Europea
Voglio che la Presidenza italiana sia un punto di collegamento, un momento nel quale si concluda l’adozione delle importanti misure lanciate nel 2013, dall’unione bancaria all’unione economica e fiscale e si rifletta sui passi più grandi necessari per avere una stabile funzionamento dell’UEM e una più forte Unione Europea.
Siamo in grado di sfruttare l’occasione solo se cominciamo a costruire le basi politiche per il progresso futuro già da adesso. Il nostro compito è come quello di un atleta che deve correre una gara di 100 metri. Se non usciamo dai blocchi di partenza e facciamo bene i primi passi, sarà difficile vincere la gara. Io credo che possiamo andare avanti solo se ci poniamo apertamente alcune domande difficili su ciò che è necessario affinché l’UEM funzioni in modo più stabile e diciamo quello che ci aspettiamo da essa.
Così, vorrei soffermarmi su tre questioni che a mio avviso illustrano perché “più della stessa
cosa” non funzionerà e perché abbiamo bisogno di una maggiore integrazione: in primo luogo, come approfondire l’integrazione economica per sostenere le riforme strutturali a livello nazionale(1), in secondo luogo, come favorire maggiore integrazione nel mercato unico (2), in terzo luogo, come introdurre alcune forme di condivisione del rischio (3), al fine di rendere l’UEM nel suo insieme e gli Stati membri più resiliente agli shock.
In tutti questi settori il progresso non dipende dalla discussione tecnica, ma dal raggiungimento di un accordo su un approccio politico diverso. Pertanto, concluderò con alcune riflessioni su come possiamo progredire in un momento in cui il supporto per l’integrazione europea è sempre più sottile.

Cominciamo con l’unione economica (1). Lo strumento principale che abbiamo ideato per promuovere le riforme strutturali a livello nazionale è il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio. Infatti il nuovo quadro di coordinamento legato al semestre europeo è uno dei principali progressi compiuti in risposta alla crisi. Il simbolo evidente di questo cambiamento è che quest’anno tutti gli Stati membri dovranno inviare i loro progetti di bilancio annuali a Bruxelles in linea con i requisiti indicati nel “two pack”. Questo sistema riflette il principio, che “le politiche economiche sono una questione di interesse comune”. In breve, l’interdipendenza richiede responsabilità.

Lasciatemi solo dire qui che questa nozione di responsabilità è già al centro della politica economica perseguita dall’Italia. Il governo è determinato a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% quest’anno e negli anni a venire. Abbiamo uno dei più grandi avanzi primari dell’area dell’euro. Abbiamo stabilizzato la spesa a lungo termine per l’assistenza sanitaria e le pensioni. Per migliorare la competitività e il potenziale di crescita della sua economia, l’Italia ha attuato un forte programma di riforme. Nei prossimi mesi si aggiungeranno nuove misure per accelerare la giustizia civile, creare un ambiente migliore per le imprese, ridurre il cuneo fiscale sul lavoro per rilanciare l’occupazione. Lanceremo un programma specifico, “Destinazione Italia”, per attrarre investimenti esteri privati ei privatizzare beni di proprietà dello Stato. Nella riunione di San Pietroburgo, il G20 ha riconosciuto i risultati comprovati delle riforme in Italia. Abbiamo preso nuovi impegni nel Piano d’azione 2013. Conseguiremo anche questi.

Quindi, sulla base di questo concetto di responsabilità, l’Europa ha delineato un sistema di coordinamento basato su una logica intergovernativa. Si propone ora di estendere il coordinamento ex ante anche alle principali riforme economiche e di introdurre una qualche forma di accordi contrattuali mutuamente vincolanti tra le istituzioni dell’UE e gli Stati membri. Vi è una forte necessità di aggiornamento dell’assetto esistente. Ancora oggi, le economie dell’eurozona non sono meno distanti, se non altro divergono di più di quanto non fossero prima della crisi.

Mentre la logica economica c’è, dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che potremmo finire con uno strumento imperfetto o addirittura controproducente, se non abbiamo una visione più ampia del coordinamento sovranazionale e delle sue implicazioni per la legittimità e per la responsabilità.

Le riforme per affrontare le rigidità delle nostre economie e migliorare il loro potenziale di crescita sono complesse e dolorose da implementare. Alcuni di essi richiedono investimenti finanziari che non sono possibili in un periodo di consolidamento. Alcuni altri producono effetti solo dopo un certo tempo, troppo tempo per la pazienza di molti cittadini ed elettori.

I cittadini, e gli elettori, sono pronti ad accettare i sacrifici necessari per reinventare le nostre economie. Ma hanno bisogno di vedere una ricompensa, un ritorno. Quindi, se prendiamo sul serio la necessità di supportare le riforme strutturali degli Stati Membri, abbiamo bisogno di garantire un sistema di incentivi finanziari mirati in cambio di una maggiore sorveglianza e coordinamento.. Questi incentivi possono espandere le opzioni per i governi alle prese con il consolidamento fiscale e rappresentare agli occhi di un’opinione pubblica un segnale che l’Europa è un partner a sostegno della loro sforzo.

Un quadro di coordinamento più forte dovrebbe anche affrontare le questioni di proprietà e di responsabilità. Fissando obiettivi politici e delimitando le scelte nazionali, l’Unione europea interviene oggi in settori quali la riforma delle pensioni, i meccanismi di contrattazione dei salari, le politiche del lavoro, che sono al centro della politica nazionale e delle prerogative dei parlamenti nazionali.

Alcuni parlamenti nazionali si sentono sotto pressione, per quello che vedono come un’ ‘”intrusione” che sottrae loro potere. Alcuni altri hanno intensificato i controlli sui loro esecutivi, al fine di evitare che essi prendano impegni finanziari a Bruxelles pregiudicando le loro decisioni sul bilancio. Allo stesso tempo, non vi è una discussione adeguata delle priorità comuni di politica economica a livello UE. Il Parlamento europeo è alla ricerca di un ruolo più importante in questo settore. La partecipazione del Parlamento europeo è fondamentale per garantire la coerenza e la legittimità di un sistema di accordi contrattuali tra l’istituzione dell’Unione Europea e dei singoli Stati Membri. Se costruiamo un sistema essenzialmente intergovernativo di coordinamento economico, la tensione con la democrazia parlamentare nazionale è inevitabile. Potremmo finire con un Parlamento contro l’altro e rischiare una paralisi del processo decisionale.

Quindi, per andare avanti verso una maggiore unione economica dovremmo abbracciare una più ampia nozione di responsabilità, che riconosca un ruolo maggiore a livello di UE.

Passiamo ora al mercato unico (2). Il mercato unico è la migliore risorsa dell’Europa per rilanciare la crescita. L’integrazione dei mercati può anche svolgere un ruolo nel riassorbire gli squilibri interni nella zona euro. Eppure, nonostante l’investimento politico del Presidente Barroso e del Commissario Barnier, con gli Atti del mercato unico I e II, nonostante le diverse conclusioni del Consiglio europeo, il progresso è molto lento. Ovunque vediamo segni di un rinvigorito nazionalismo economico.

Possiamo invertire questa tendenza e fornire reali mercati aperti solo attraverso la discussione di un elenco di nuove direttive o regolamenti? Non credo. L’unico modo è di costruire il consenso per un nuovo approccio politico. Finora abbiamo liberalizzato i mercati nazionali, incoraggiando le imprese private a operare a livello transnazionale. Il risultato è un mosaico di mercati nazionali collegati, piuttosto che un vero mercato unico. Abbiamo bisogno di campioni europei, operatori che siano veramente attivi su scala continentale. Oggi abbiamo campioni nazionali, banche nazionali, compagnie energetiche nazionali, società di telecomunicazioni nazionale. Per fare un esempio, in Europa abbiamo 100 operatori di telecomunicazioni. Sono 5 negli Stati Uniti e 3 in Cina.

Se vogliamo liberare tutto il potenziale del mercato unico, dobbiamo avere il coraggio di guardarlo come un mercato europeo, e di adottare politiche coerenti.

Questo vale per il settore finanziario e bancario, dove abbiamo bisogno di integrare la vigilanza unica con un unico meccanismo di risoluzione che assicuri soluzioni efficaci delle crisi. Questo è molto importante per l’Italia e noi insisteremo sul fatto che il calendario concordato dal Consiglio europeo sia rispettato. Questo vale per la telecomunicazione e il settore digitale, che sarà all’ordine del giorno del prossimo Consiglio europeo. L’economia ICT può essere una spinta per l’occupazione e la crescita. Un vero mercato unico può essere determinante per raggiungere questo risultato.

Il terzo problema è il ruolo del risk sharing e di solidarietà finanziaria all’interno dell’Unione economica e monetaria (3). Credo che una vera UEM richieda un certo grado di condivisione del rischio. La crisi ha dimostrato che non possiamo fare affidamento solo sui bilanci nazionali per assorbire gli urti e di sostenere il necessario adeguamento. Gli strumenti nazionali possono essere inadeguati e, senza una forma di sostegno a livello centrale, il prezzo economico e sociale da pagare per uno Stato Membro può essere drammaticamente alto.

La domanda è: che tipo di solidarietà è accettabile e giustificata nel contesto dell’UEM? In verità, durante la crisi abbiamo fatto passi importanti verso una mutua assicurazione. Il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria (EFSF), il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), il Outright Monetary Transaction arrangement della BCE sono forme di assicurazione collettiva.

Allo stesso tempo, ogni passo verso forme di solidarietà finanziaria tra gli Stati membri, ha incontrato resistenza e ha alimentato un crescente divario tra Paesi debitori e Paesi creditori, tra il Nord e il Sud dell’Europa. Uno degli aspetti più preoccupanti della crisi dell’euro è che l’embrionale senso di comunità che stava emergendo in Europa, cementato dalla generazione Erasmus e dall’utilizzo dell’euro, è andato in frantumi.

Possiamo superare questo divario e concordare una nozione comune di solidarietà? Io credo che un concetto di solidarietà non può essere interpretato come un obbligo morale di alcuni ad aiutare gli altri. Questo tipo di assoluta solidarietà presuppone un senso di comunità, che però non c’è. Da alcuni, quella solidarietà sarebbe addirittura percepita come ingiusto, un codice per un’ “unione dei trasferimenti”. Ma la solidarietà può anche essere solo un interesse illuminato, una forma di reciprocità, da cui tutti traggono vantaggio a loro volta, e che non porta a trasferimenti permanenti. Tale nozione è a mio avviso compatibile con la logica dell’UEM.

Da questo punto di vista, penso che ci sia spazio per riflettere su una capacità fiscale per l’area dell’euro. Tale capacità fiscale potrebbe fornire gli incentivi finanziari, almeno inizialmente, per l’attuazione d’importanti riforme a livello nazionale e di espandersi in seguito su altre funzioni di stabilizzazione. Con il tempo, potrebbe emettere obbligazioni sui mercati finanziari per sostenere gli investimenti pubblici produttivi a livello dell’UE. Questa capacità fiscale sarebbe basata sul principio della neutralità di bilancio nel tempo. Il suo funzionamento potrebbe essere collegato alla rateizzazione di accordi contrattuali per le riforme, collegando così responsabilità e solidarietà.

Per riassumere, la nostra ambizione dovrebbe essere quello di costruire un quadro di riferimento che supporti l’impegno degli Stati membri a riformare le loro economie, che promuova una maggiore integrazione nel mercato unico e che provveda una tempestiva stabilizzazione quando un’economia nazionale è colpita da una crisi. Per fare questo, abbiamo bisogno di soluzioni più comuni a livello europeo. Un quadro basato su una logica intergovernativa predominante non funzionerà. Non permetterà di raggiungere una maggiore convergenza delle economie nazionali, un’integrazione all’interno del mercato unico e una resilienza contro gli shock economici asimmetrici

che sono necessari per un funzionamento stabile e sostenibile dell’UEM.

Questa non è solo una riflessione sulla governance. Lo scopo finale è quello di restaurare la crescita e l’occupazione. Una migliore governance consentirà all’UE di perseguire politiche economiche più efficaci e di avere un ruolo più forte nel sistema globale.

Qui viene la parte più difficile della sfida. Possiamo realisticamente puntare ad una maggiore integrazione economica, finanziaria e fiscale in un momento in cui la fiducia nelle istituzioni europee e il sostegno per l’Unione europea sono a un minimo storico?

Il disincanto verso l’Europa è forte sia all’esterno sia all’interno della zona euro. In Italia, dove l’opinione pubblica è tradizionalmente filo-europea, la fiducia nell’Unione europea è scesa dal 75% al 30%. Ciò che è interessante è che i sentimenti anti-europei sono comuni a Sud e Nord Europa, ma per ragioni opposte. Nell’Europa meridionale i cittadini non riconoscono più le istituzioni dell’Unione europea, come migliori delle istituzioni nazionali. Questo è il risultato di un disincanto generale verso la politica, ma anche un segno che l’Europa non è più vista come una soluzione, ma è [divenuta] un problema. Nel Nord Europa, il supporto per le istituzioni dell’UE è sceso al di sotto di quello per le istituzioni nazionali. Questo spiega perché molte voci in tutta la regione stanno richiedendo un rimpatrio di competenze a livello nazionale.

Questo significa che dobbiamo giocare in difesa e concentrarci sulla realizzazione e messa a punto degli strumenti esistenti?

A mio avviso, siamo in grado di riconquistare il cuore dei cittadini solo se presentiamo una prospettiva convincente e promettente. Le elezioni del Parlamento europeo a Maggio 2014 saranno il punto di riferimento per tutte le tensioni politiche che circondano l’integrazione europea oggi. Se non ci impegniamo in un vero e proprio dibattito politico, disaffezione e disillusione porteranno ad un’affluenza molto bassa e alla mobilitazione di forme di antieuropeismo, di movimenti nazionalisti.

A mio avviso è necessario che nel periodo precedente alle elezioni il centro del nostro dibattito si sposti da procedure, indicatori, norme di merito, a ciò che l’Europa può fare per aiutare gli Stati Membri a combattere la disoccupazione, a promuovere la competitività dei settori produttivi, a sfruttare nuove fonti di crescita come l’economia digitale.

Il Consiglio europeo di giugno è stato un passo importante in questa direzione. Oltre a questo, le elezioni dovrebbero consentire di affrontare diversi programmi politici sull’Europa.

E ‘importante che i cittadini sentano che le elezioni europee sono reali, che possano scegliere diversi candidati alla carica di presidente della Commissione, e che possano influenzare la direzione delle politiche a livello di UE.

Se le elezioni sono un confronto tra tecnocrazia e populismo, rischiamo un contraccolpo. Il prossimo Parlamento europeo potrebbe essere il parlamento più euro-scettico mai. Un Parlamento che non può essere un motore per l’Europa, ma è un freno al processo decisionale collettivo.

Quindi, a mio avviso, abbiamo bisogno di trovare un giusto equilibrio tra un pragmatismo realistico e il giusto livello di ambizione per il futuro. Mentre completiamo e attuiamo le misure concordate per il breve termine, non dobbiamo perdere di vista l’importanza di obiettivi a più lungo termine.

Una volta che abbiamo restaurato la fiducia nelle istituzioni dell’UE e forgiato un nuovo consenso politico su ciò che è necessario per un’UEM stabile e un’Unione Europea più forte, possiamo riflettere sul fatto che il set up attuale fornisca o meno una base giuridica adeguata o se abbiamo bisogno di una modifica del trattati. Questo sarà anche l’occasione per riflettere su come siamo in grado di conciliare le esigenze di quei membri dell’UEM che hanno bisogno di una maggiore integrazione economica, finanziaria e fiscale e di quegli Stati membri che vogliono conservare un maggior grado di autonomia sovrana all’interno dell’Unione Europea.

[Da qui inizia la traduzione dal Francese]

Caro Jean-Claude,

la prima volta che sono entrato nel Parlamento europeo a Strasburgo, avevo dieci anni. Pochi anni dopo – ero molto giovane – ero a Bruxelles, quando Helmut Kohl, François Mitterrand, Jacques Delors negoziarono [il trattato di] Maastricht. Pochi anni dopo ho scritto un piccolo opuscolo intitolato “Morire per Maastricht”.

Oggi mi ritrovo con una grande responsabilità come primo ministro. Sono a Roma per rendere di nuovo l’Italia un grande paese europeo. Prima dell’Atto unico europeo, c’è stato il Consiglio europeo di Milano. È stato il Consiglio europeo di Roma, che ha lanciato le due conferenze intergovernative che hanno portato al trattato di Maastricht. La prossima Presidenza italiana sarà la base per il progresso verso l’integrazione europea. Mi batterò per un’Italia più forte e per un’Europa più forte. Sono qui perché la battaglia per l’integrazione europea deve essere combattuta. Sono qui per conto di un’Italia europea e per realizzare il sogno di tutti noi, un’Europa più unita.

P.S.: per chi si fosse perso la prima puntata di Essi dicono, la può trovare qui.

Postato da: @Spud85

3 commenti su “ESSI DICONO. EPISODIO 2: ENRICO LETTA AL BRUEGEL.

  1. Mario Biglietto
    12 settembre 2013

    Pare si siano accorti che ci hanno menato troppo, ci faranno respirare, ma non troppo, per qualche tempo e poi ricominceranno a rincorrere "l'incubo" europeo, per andare veloci verso un obiettivo bisogna andare cauti e determinati e questi sono dei criminali, non degli sprovveduti.

  2. Anonymous
    12 settembre 2013

    "In Italia, dove l'opinione pubblica è tradizionalmente filo-europea, la fiducia nell'Unione europea è scesa dal 75% al 30%…" "disaffezione e disillusione porteranno ad un’affluenza molto bassa e alla mobilitazione di forme di antieuropeismo, di movimenti nazionalisti…"Si stanno cagando sotto! Il lettino ha capito che gli italiani, anzi una parte ben consistente di essi, non vuole Morire per Maastricht. Mi aspetto una campagna mediatica di disinformazione senza precedenti per le elezioni europee. In mancanza di un vero partito anti-europeo non andrò a votare a elezioni inutili per eleggere dei parlamentari inutili che siederanno in un parlamento inutile.

  3. Francesco
    12 settembre 2013

    Attenzione!Durante la traduzione, e nella seconda lettura, mi si è stampata nella mente questa, come una delle frasi principali: "E 'importante che i cittadini sentano che le elezioni europee sono reali". Non è importante che le politiche europee aiutino i cittadini degli stati membri. NO!l'importante è che essi lo credano, lo "sentano", anche se non è così (perché non lo è e non lo sarà mai…)

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Questa voce è stata pubblicata il 12 settembre 2013 da in Essi Dicono con tag , , .
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