Kappa Di Picche

“Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare”

ESSI DICONO. EPISODIO 3: LA LINEA ROSSA, APPELLO AI RAGAZZI D’EUROPA.

Qualche giorno fa è uscito questo appello ai giovani d’Europa, vi invito a leggerlo e a rifletterci su. L’originale lo trovate qui
o più piddinamente
qui

Iniziamo:

Orrore per gli effetti, per i bersagli indiscriminati, e disgusto per la slealtà estrema, erede La gioventù europea si trova di fronte a un bivio: accelerare il processo che porta alla completa integrazione o prolungare la lenta deriva verso l’irrilevanza.

Iniziano subito con una pomposità magniloquente da letterati colti e raffinati. Il fetore delle menzogne del fogno europeo anche se lo metti in un piatto di cristallo puzza uguale, ma andiamo avanti..

Eppure rispetto alla pericolosità della situazione, la proposta più ambiziosa è quella di far svolgere le elezioni lo stesso giorno in tutti i paesi dell’Unione e di eleggere con votazione diretta il presidente della Commissione Europea. Siamo ben lontani dal Big Bang di cui l’Europa avrebbe bisogno.

Il Big Bang.  Emerge il desiderio di distruggere per poi ricostruire, o meglio si invoca la distruzione creatrice. Quelli da distruggere in sostanza siamo noi però, distrutti in funzione di un progetto nazionale più grande di noi che non possiamo capire, progetto che i nostri figli capiranno…

I tempi sono maturi per un movimento di base, transnazionale, transgenerazionale e non ideologico, che sia in grado di guidare l’integrazione europea verso un livello superiore. Abbiamo bisogno delle tecniche di mobilitazione adottate a Tahrir, Taksim, Rio e San Paolo e di imparare la lezione di Obama sull’uso del crowdfunding per raccogliere le risorse finanziarie necessarie per le campagne elettorali.

I tempi sono maturi per mandarvi a fare la fine che meritate, ma a parte questo sono meravigliosi gli esempi citati come modello di riferimento: la rivoluzione egiziana (una tragedia), le proteste in Turchia (servite a NIENTE), e quelle del Brasile (servite a NULLA). Per finire esce fuori nuovamente la favoletta di Obama diventato presidente grazie ai 10 dollari spediti online dal giovane americano neo-democrats. I finanziatori di Obama sono ben altri.

E prima di formare un partito, dovremmo ripercorrere le storie che hanno avuto successo in Europa per ispirare la nostra futura linea.

Anche qui viene invocato “er partito”. Evidentemente il PUDE non è mai abbastanza.

Lasciamo che i finlandesi ci svelino il segreto del loro sistema educativo; i francesi quello dell’assistenza sanitaria; i tedeschi del lavoro flessibile e della promozione di piccole e medie imprese di successo; gli svedesi dell’uguaglianza di genere; gli italiani della qualità del prodotto e della valorizzazione delle specificità regionali.

La quantità di idiozie e demagogia espressa in queste righe risale agli inizi della propaganda paneuropeista. Si ritorna alla vecchia storiella che più Europa significa che tutti mettono a disposizione il loro meglio per tutti, cosa palesemente falsa, e poi vengono fatti esempi semplicemente raccapriccianti, come la “virtù” del lavoro flessibile tedesco e quella de “l’eguaglianza di genere” svedese, per poi dare una carezza all’orgoglio italico parlando di qualità del prodotto e valorizzazione delle specificità regionali, cose che la UE vuole spazzare via senza pietà in favore di chi comanda davvero.

Ora come ora i paesi europei continuano ad adagiarsi su alcuni status symbol, frutto dell’eredità del vecchio mondo. Vantiamo un passato glorioso e monumenti meravigliosi, e rimaniamo modelli invidiati di cultura, moda e gastronomia, continuando ad attrarre un numero sempre maggiore di turisti da ogni parte del mondo, anno dopo anno. Ad ogni modo, gli status symbol del Vecchio Mondo ed i turisti non salveranno l’Europa. Salveranno forse Parigi, Berlino, Roma, e Londra, così come forse salveranno, la Valle della Loira, la Baviera, la Toscana e l’Oxfordshire. Ma nel resto dell’Europa, fuori da queste capitali-musei e campagne ricche di storia, la situazione tenderà sempre più al disastro. Disoccupazione cronica, recessione e invecchiamento delle popolazioni diverranno le sole attrazioni.

Non è che nelle varie “capitali museo” d’Europa vada proprio tutto bene, ma vabbè..

I nostri Governi e Parlamenti non sono malintenzionati o incompetenti di fronte a questa sfida. Semplicemente non sono in grado di comprendere la situazione politica attuale. È ingenuo aspettarsi che i tradizionali leader politici eletti a livello nazionale (in carica per quattro o cinque anni) affrontino problemi come la scarsità di risorse, la deforestazione, la disoccupazione cronica, il riscaldamento globale e l’esaurimento delle risorse ittiche, che sono di portata globale e la cui risoluzione richiederebbe inevitabilmente decenni.

Le soluzioni di oggi a questi problemi devono necessariamente essere transnazionali, o non costituiranno per nulla soluzioni reali.

Di certo non dobbiamo smettere di tifare per le nostre squadre del cuore; ma non facciamoci più abbindolare dalla chimera autocelebrativa dei nostri leader politici, per cui lo Stato-Nazione – in termini di politiche decisionali – sia ancora un mezzo consono ai nostri tempi. Piuttosto, sposiamo l’idea che molti di noi hanno già intuito: siamo all’alba di una nuova era post-nazionale, in cui gli Europei possono passare dall’essere gli ultimi della classe al rappresentarne i suoi elementi più promettenti.

Ma che problema hanno questi qui con lo Stato-Nazione? Non sono forse una Nazione (the Nation, the Country) gli Stati Uniti D’America? La Cina, L’India, il Brasile ecc..? Il progetto di unire gli stati d’Europa in una sola federazione di stati con un solo governo federale è un progetto nazionalista, niente di meno, e non è neanche una cosa originale visto che già in tanti ne hanno parlato e ci hanno provato. Basta ripassare gli avvenimenti della Storia. Poi passano alla solita deriva internazionalista, con l’ideologia della post-nazionalità, la fine della Storia e tutte le altre puttanate annesse e connesse.

Non capisco poi perché noi europei saremmo gli ultimi della classe in quanto a internazionalismo e post-nazionalità. Il mondo non è certo un trionfo di internazionalismo e di superamento degli stati nazionali e gli stati-nazione europei sono luoghi dove l’assimilazione e l’integrazione di persone dalle provenienze più distanti (culturalmente e geograficamente) è la regola, non l’eccezione.

Solo gli Stati Uniti possono dire di avere una popolazione più eterogenea di quella degli stati europei.

Se così non fosse, l’Europa rischierebbe di diventare ciò per cui ha dell’avvelenamento dei pozzi. In gara con l’orrore cresceva l’avidità di potenze grosse e piccole per il possesso di armi chimiche e biologiche che ne autorizzassero la prepotenza e promettessero, se non l’espansione vittoriosa, la rappresaglia dopo la sconfitta.

Gli Stati Uniti ora segnano il passo davanti alla linea rossa che hanno voluto tracciare: può darsi che Obama avesse pronunciato l’intimazione come un esorcismo, per avere un alibi all’inerzia, e contando che Assad non ardisse di oltrepassarla. Ma le armi chimiche, con l’aggravante di colpire i civili, sono per la civiltà internazionale – cioè per la riduzione della barbarie planetaria – una cosa diversa e più grave delle armi convenzionali. Fa impressione vedere come l’argomento apparentemente di buon senso, in realtà fra qualunquista e cinico, sull’indistinzione delle armi mortifere, faccia dimenticare, perfino a tanti che vi si sono impegnati, battaglie come quella per il bando alle cluster bombs, le bombe a grappolo, o le mine antiuomo cosiddette, che uccidono squartano e mutilano come un bombardamento “normale” – ma con un di più di inganno e adescamento di inermi. O per il bando all’uranio impoverito. Vogliamo passare dallo scandalo della manipolazione sull’esistenza di armi di distruzione di massa, alla dichiarazione della loro irrilevanza? Per far culminare questa liquidazione alla leggera di distinzioni sulle quali si costruisce pietra su pietra, frana dietro frana, riparazione dopo riparazione, la storia della civiltà- della riduzione della barbarie, delle unghie tagliate agli artigli – si chiamano in causa anche l’arma atomica e la nozione di genocidio. “Esiste davvero una grande distinzione morale tra uccidere circa centomila persone sganciando una bomba atomica su Hiroshima e ammazzarne un numero addirittura superiore provocando una pioggia di bombe incendiarie lanciate in una sola notte sul cielo di Tokyo?” Le vittime di Tokyo furono più numerose, certo. E i bombardamenti al napalm e ai defolianti sul Vietnam non furono meno infami, e Dresda, e… Ma a Hiroshima e Nagasaki gli umani emularono per la prima volta Dio nell’unico modo in cui potevano, mostrandosi capaci di distruggere la terra di colpo, in una creazione alla rovescia. Per la prima volta e per l’ultima, finora: l’unico caso in cui hanno rinunciato a ripetersi.

Finora, insisto: perché custodiscono decine di migliaia di ordigni nucleari, e decine di paesi sono pronti a dotarsene. L’ipocrisia e l’inadeguatezza del Trattato di non proliferazione nucleare saranno una ragione per liberarcene – tanto si muore comunque ammazzati? Infine, il genocidio.

“Tollerare il genocidio è intollerabile… A che punto esatto, però, occorre tracciare una linea? Quanti omicidi costituiscono un genocidio? Migliaia? Centinaia di migliaia? Milioni?”. Che sia Buruma a proporre simili interrogativi mi lascia interdetto. Riformulateli a proposito di Auschwitz.

Fatto? Non occorre altro, se non ricordare che il genocidio – la parola, e poi la tormentata definizione, e la Convenzione delle Nazioni Unite, insoddisfacente quanto si voglia – venne dopo, dopo che nessuno volle tracciare quella linea rossa. sempre deriso gli Stati Uniti: un paese con i migliori ospedali e milioni di persone senza assicurazione sanitaria; con tecnologie tra le più avanzate al mondo e moltitudini senza possibilità di accedervi; con università di prima classe ma generazioni ancorate ad una ristretta visione del mondo da parte del loro paese.

Tutto questo discorso non l’ho mica capito. Mi sembra un modo per dire che gli Stati Uniti D’America sono sbagliati, brutti, cattivi e ignoranti e quindi la necessità di Stati Uniti D’Europa che ristabiliscano l’ordine, la moralità, l’intelligenza e tutte la paccottiglia di retorica annessa e connessa.

Dobbiamo essere consapevoli di ciò che il resto del mondo ha già riconosciuto: che possiamo essere Europei sul palcoscenico mondiale. Noi siamo, paradossalmente, gli unici a mettere ancora in dubbio il nostro stesso progetto politico. Ci lamentiamo che l’Europa sia solo un concetto astratto per i suoi cittadini, ma non abbiamo ancora approvato le leggi necessarie per creare un passaporto europeo degno di questo nome, né una struttura adeguata che consenta ad ogni europeo di abbracciare veramente il progetto Ue.

Anche qui viene riproposto il concetto ideale di un mondo intero che aspetta l’irruzione di una nazione unica europea sullo scenario geopolitico mondiale.
A me sembra che siamo soprattutto terra di conquista, un gigante economico sul quale investire e un nano politico del quale approfittarsi.

C’è un vecchio detto ebraico che recita: “Se avete solo due alternative, allora scegliete la terza”. Il punto non è quello di sostituire le gerontocrazie dell’Europa con una dittatura dei giovani. Questo movimento deve essere portato avanti da tutti coloro che, indipendentemente dalla loro età, sono concordi nel ritenere che è necessario attuare un grande cambiamento di potere intergenerazionale. Abbiamo bisogno che giovani e meno giovani lavorino insieme, in nuovi modi, per ridurre il debito che stiamo accumulando e che verrà pagato dai nostri figli. Nati in tempi di austerità, i giovani europei sono maggiormente motivati e quindi meglio attrezzati rispetto alle generazioni precedenti per avviare la riduzione del debito. Sono cresciuti tra i tagli di bilancio e sono nativi digitali. Al contrario dei nostri leader di oggi, sono più facilmente adattabili al sempre più rapido ritmo di cambiamento dei nostri tempi. Il loro istinto li porta a scoprire i metodi più innovativi e produttivi per raggiungere i loro obiettivi.

Qui amici miei abbiamo spalmanto la lingua sul fondo. Dire che giovani e vecchi devono lavorare insieme per “ridurre erdebbitopubblico che stiamo accumulando e che verrà pagato dai nostri figli” è una infamia che si commenta da sola, così come dire che essendo nati in tempo d’austerità i giovani europei sono meglio “attrezzati” alla riduzione del debito perché “sono cresciuti tra i tagli di bilancio e sono nativi digitali”. In pratica essendo abituati a stare con le pezze al culo sono più abituati e mettere ulteriori pezze al loro culo.

Sono questi “i cambiamenti dei nostri tempi” e “l’istinto che li porta a scoprire i metodi più innovativi e produttivi per raggiungere i loro obiettivi”.

Nelle democrazie, la politica ha sempre agito in funzione dell’equilibrio tra ciò che le persone sperano di ottenere e ciò che effettivamente ottengono. Ma in Europa sono diventate troppo elevate le aspettative di ogni nazione e troppo scarsa la realizzazione di risultati tangibili.

Avete capito? Chiedete troppo. La politica che agisce in funzione dell’equilibrio tra ciò che le persone vogliono e ciò che le persone effettivamente ottengono e una cosa che va bene solo se le aspettative sono troppo elevate.
Peccato che queste aspettative sono in realtà diminuite, al di la della retorica conservatrice che vuole il trionfo del commercio e della libero mercato realizzato in un contesto dove la popolazione accetta di vivere in austerità e morigeratezza (cioè guadagnando poco e spendendo pochissimo).

Le aspettative troppo elevate sarebbero un bilocale in periferia e un lavoro retribuito in maniera abbastanza dignitosa da poter fare la spesa senza troppa angoscia, ma è troppo, essi dicono.

Invece di discutere su quali siano le linee politiche preferibili, abbiamo bisogno di un impegno pan-europeo che determini le migliori performance in ogni campo e favorisca la loro implementazione in tutto il continente. In che cosa ogni paese si esprime al meglio? Quali stimati modelli sono esportabili? In che modo possiamo sfruttare la messa in comune, in tutte le nazioni europee, di esperienze, risorse e soluzioni già sperimentate? L’Europa non verrà cambiata attraverso le elezioni europee del 2014. L’Europa cambierà solo quando i futuri politici europeisti concorderanno nel trasferire davvero alle istituzioni europee il potere che meritano. Facciamo capire ai nostri politici che non siamo più disposti a comprare il loro bluff nazionalista e che non condividiamo la loro stessa paura di cadere nell’irrilevanza se conferiamo alle istituzioni europee, come la Commissione ed il Parlamento, il posto e il potere che meritano. La scelta è tra usare la forza e le considerevoli risorse di tutta la rete europea o lasciare che il passo veloce della globalizzazione si lasci le nazioni europee alle spalle.

Smettiamola di dubitare dell’Europa e iniziamo a comportarci da Europei. Il primo passo è votare non come francesi, tedeschi, greci o italiani, ma come Europei.

E qui i nostri affezionatissimi concludono, invocando la sfiducia verso gli stati nazionali esistenti e auspicando la fiducia verso uno stato nazionale più grosso.

Per europeisti il “più Europa” non sarà mai abbastanza, un’ideologia fanatica che non si fermerebbe nemmeno se venissero davvero realizzati gli Stati Uniti D’Europa.

Agire. Reagire. Decidere. Siete pronti? “Questa volta sarà diverso

Gli orgogliosi sottoscrittori di questo “ggiovani, armatevi e partite!” sono questi qui: Adriano Sofri, Daniel Cohn-Bendit e Felix Marquardt

Postato da: @FedericoNero

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Questa voce è stata pubblicata il 16 settembre 2013 da in Essi Dicono con tag , , , .
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