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“Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare”

GERMANIA: DAL DILEMMA EST-OVEST AI RAPPORTI CON LA CINA

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Affrontiamo in questa nuovo post, così come già fatto in altri contributi precedenti, una tematica di carattere per così dire “geopolitico”. Ebbene, in quest’occasione tratteremo, tra le altre cose, del percorso politico-economico che ha condotto la Germania alle porte della Repubblica Popolare Cinese.

Tale bilateralismo non è affatto di recente costituzione e, come tutte le strategie condotte dalla Germania in questi ultimi anni, si inserisce in un preciso disegno di imperialismo regionale mirato a proporsi in veste di interlocutrice privilegiata sulla scena globale.

Ma andiamo per gradi: diciamo che la progressiva crescita sul piano politico della Repubblica Federale Tedesca si può scomporre in due fasi sviluppatesi nell’arco dei due decenni passati. La prima, sebbene poco pubblicizzata, ha avuto al suo centro due obiettivi paralleli costituiti dal completamento degli assetti istituzionali nazionali e dalla definizione di un sistema economico, comune agli altri paesi europei, basato su di un complesso di regole ad essa molto vantaggiose.

Infatti, successivamente alla disgregazione dell’impero sovietico, alla quale apparteneva la Repubblica Democratica Tedesca  in virtù della propria adesione al Patto di Varsavia, la Repubblica Federale Tedesca ha intrapreso, in un arco di tempo decisamente breve, consistenti misure macroeconomiche focalizzate a colmare il gap di competitività economica che i territori dell’Est si erano trovati a scontare per via della pluridecennale appartenenza al modello socialista. Riassumendo, i due pilastri sui quali si è incentrata quest’ingente opera di recupero, con alterne fortune, delle capacità produttive dell’Est, sono stati l’unificazione monetaria da una parte e i processi di privatizzazione dall’altra.

Con l’unione monetaria, attuata subito dopo il 1 luglio 1990, tutti gli Ostmark furono convertiti in Deutschmark. Il tasso di conversione attribuito al cambio delle due monete fu 1:1, ignorando le voci provenienti dalla Bundesbank che aveva suggerito un più prudente 2:1 per far sì che pensioni e salari dei cittadini dell’Est aumentassero in conseguenza del cambiamento della struttura dei prezzi. In subordine, l’intervento operato per smantellare la proprietà pubblica delle imprese della Germania orientale si imperniò sulla creazione di un’apposita agenzia statale, la Treuhandanstalt (THA), alla quale vennero affidati i compiti di ridurre sensibilmente il ruolo occupato dallo Stato (tramite pesanti privatizzazioni) e di creare competitività in modo tale da preservare i livelli occupazionali ponendo allo stesso tempo le basi per ulteriori investimenti. Le imprese rimaste a carico dello Stato furono poste sotto la responsabilità di un’altra agenzia statale, la Bundesanstalt für Vereinigungsbedigte Sonderaufgaben, alla quale venne anche affidata la funzione di monitoraggio degli impegni presi dalle imprese già privatizzate.

Gli effetti che causò questo, a posteriori, travagliato processo, ovverosia la forte migrazione di cittadini tedeschi da Est a Ovest, lo sproporzionato aumento delle importazioni di prodotti dell’Ovest e la caduta libera della produttività delle imprese già di per sé arretrate della Germania orientale, furono tamponati solo grazie alla decisiva volontà delle autorità pubbliche federali che supportarono questi squilibri attraverso massicci interventi di denaro pubblico (e protrattisi fino al giorno d’oggi).

E mentre entro i confini nazionali si operava per recuperare il “fratello minore” orientale, in sede comunitaria gli adelphi teutonici dell’integrazione economica e monetaria europea si prodigavano per tutelare al meglio gli interessi e le ragioni di Berlino.

Questo obiettivo viene raggiunto utilizzando strumenti di rigido controllo dei conti pubblici e limitazioni all’indebitamento. Basti pensare alle regole che fissano, nell’ambito della struttura economica europea,  l’impegno dei paesi membri alla stabilità dei prezzi, o, ancor peggio, al dogmatico rispetto di soglie d’indebitamento predeterminate (rapporto deficit/PIL al 3%; debito pubblico al 60%).

L’ormai tristemente conosciuto Patto di Stabilità e Crescita viene plasmato su principi di stretta ortodossia macroeconomica tedesca nonostante la contrapposizione in sede di negoziato, di un’altra visione più flessibile. La visione sostenuta soprattutto dalla Germania  prevedeva che i parametri non dovessero essere rinegoziati, e che dovessero essere interpretati in modo rigido, al fine dell’ammissione dei Paesi all’unione monetaria. La seconda posizione, sostenuta soprattutto dalla Francia e dai Paesi mediterranei, prevedeva, invece, che per l’ammissione all’unione monetaria tali parametri di convergenza dovessero essere interpretati in modo flessibile, anche attraverso un giudizio politico sullo “sforzo” e sulla “buona volontà” dimostrati dagli Stati membri.

È evidente che i sostenitori di questa seconda opzione volessero un intervento politico coordinato da parte delle Istituzioni Comunitarie, in modo da agevolare la convergenza delle politiche di bilancio degli Stati membri. È altrettanto evidente, invece, che i sostenitori della prima opzione, specialmente la Bundesbank e buona parte dell’opinione pubblica tedesca pretendevano che l’interpretazione dei parametri fosse così rigida da arrivare al punto di pregiudicare, se necessario, l’intero progetto d’integrazione. Essi temevano, infatti, che tali Paesi, ritenuti “fisiologicamente lassisti” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), avrebbero provocato nell’unione monetaria forti tensioni inflattive, i cui costi sarebbero stati scaricati sui Paesi “virtuosi”, al punto da pregiudicare la stabilità stessa della moneta unica.

Ciò che è seguito alla sottoscrizione di impegni così penalizzanti sotto il profilo della convergenza economica è sotto gli occhi di tutti. La Germania ha giustamente tratto profitto dalla posizione di estremo vantaggio competitivo acquisito sugli altri paesi dell’area Euro e originato dal favorevole tasso di conversione Marco-Euro di 1:1 nonché dall’aver potuto far leva, a proprio piacimento ed in aperta violazione delle regole contenute nei trattati, sull’incremento del debito pubblico in ragione dell’introduzione di costose riforme deflazionistiche nel mercato del lavoro. Da ciò è seguita una forte accumulazione di surplus commerciali alla quale sono corrisposti, simmetricamente, enormi deficit delle partite correnti nei paesi periferici.

L’indebitamento di questi stessi paesi (Italia ormai, ahinoi, compresa) ha dato il via alla terza e conclusiva fase del piano egemonico della Germania. Approfittandosi del graduale declino dei sistemi produttivi dei c.d. PIIGS (acronimo di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), come sopra detto a causa della bassa competitività e della cronica dipendenza dai prodotti importati di stampo tedesco, la Germania stessa ora attua la rapida riconversione di questi mercati: da paesi sostanzialmente consumatori a paesi fornitori di manodopera a basso costo da utilizzare in imprese tedesche. La finalità riposa nell’accrescere i volumi e le capacità produttive dell’industria per soddisfare i bisogni del nuovo partner commerciale di Berlino, la Repubblica Popolare Cinese. Vediamo perché.

L’economia cinese, sebbene fino ad ora sia stata trainata, allo stesso modo di quella tedesca, da forti surplus commerciali assicurati da uno yuan tenuto volutamente debole dalle autorità monetarie di Pechino, sta in questo momento attraversando un periodo di graduale trasformazione che porterà ad ampliare l’apertura del proprio mercato a prodotti provenienti dall’Occidente. E la Germania, contando sulla buona reputazione che i propri prodotti godono nel mercato cinese,  si è subito fatta avanti nell’intraprendere iniziative finalizzate al consolidamento delle relazioni internazionali. Una dimostrazione dell’attivismo tedesco su questo tema è stato il fatto che il primo ministro cinese, Wen Jiabao, nei suoi colloqui con esponenti politici occidentali abbia incontrato più volte la cancelliera Angela Merkel con, peraltro, proficui risultati. Il governo tedesco ha infatti stimato che entro il 2015 l’interscambio commerciale con l’Impero di Mezzo raggiungerà la cifra record di 221 miliardi di Euro. E per favorire la crescita dei livelli di cooperazione le due nazioni hanno firmato un progetto che potrebbe rivoluzionare le rotte commerciali mondiali: trattasi della nuova rotta ferroviaria transiberiana ad alta velocità che collegherà il porto di Amburgo a Pechino. Un progetto che permetterà di collegare le due località in 15-18 giorni al posto degli attuali 40 giorni di trasporto marittimo.

Da quanto appena detto si capisce allora come sia fondamentale l’importanza delle economie del Sud nel servire da bacino di approvvigionamento per la lavorazione dei prodotti tedeschi ad alto valore aggiunto. E in questo senso la componente formativa dell’individuo riveste indiscutibile pregnanza. Non a caso tutti i nuovi piani di riforma del sistema educativo nei vari paesi europei, in primis quelli mediterranei, hanno quale elemento comune la c.d. scuola-apprendistato. Un luogo dove poter formare schiere di lavoratori indirizzandoli già in giovane all’avviamento professionale ed in cui la Germania, non a caso, figura tra i maggiori contribuenti. Progetti di scuola-apprendistato (con appositi corsi di introduzione alla lingua) sono stati attuati in Portogallo e Spagna. In quest’ultima il programma ha previsto il trasferimento di 5.000 giovani spagnoli da formare ed eventualmente assumere in Germania. Oltre che dalla Spagna sono giunte in terra germanica 34.000 giovani dalla Grecia, 11.000 dal Portogallo, e ben 42.000 dall’Italia.

Perciò non stupisce affatto come la tanto decantata posizione dell’Europa sui cambiamenti globali stia venendo invece assunta dalla politica e dalla diplomazia tedesca, alle spese degli altri partner europei costretti sempre più ad un ruolo marginale e al conseguimento di assurde politiche di austerità. Tale atteggiamento egemonico d’altra parte contraddice anche i clamori con i quali si annuncia la necessaria accelerazione dell’integrazione europea attraverso cessioni di sovranità nazionale in favore delle istituzioni comunitarie. A giudicare dai fatti riportati in questo breve contributo sembrerebbe che a conti fatti l’identificazione degli organi comunitari con il governo tedesco si stia realizzando sempre di più. E di come quest’ultimo sia più intenzionato a costruire rapporti di partnership con le altre grandi potenze mondiali che non coi propri vicini europei.

Infine, a margine dell’esposizione sin qui compiuta, sembra alquanto inutile aggiungere un qualche commento sul ruolo rivestito dall’Italia, vittima designata degli interessi tedeschi, e sacrificata sull’altare dell’Euro con la compiacenza di una classe politica che definire commissariata dagli organi comunitari (i.e. tedeschi) sarebbe un eufemismo

Postato da: @Arthasastra85

2 commenti su “GERMANIA: DAL DILEMMA EST-OVEST AI RAPPORTI CON LA CINA

  1. Mario
    28 settembre 2013

    Tutto chiaro, tranne il doppio gioco della Germania sulle alleanze militari, dalla nato sembra migrare verso Mosca ma con un atteggiamento cerchiobottista molto democristiano, palese nell’aderire al documento di Obama sulla Siria il giorno dopo la chiusura del G20, messaggio cristallino.

  2. arthasastra85
    30 settembre 2013

    Tutto rientra nella storica inadeguatezza della Germania a ricoprire un ruolo da protagonista nei rapporti con le altre grandi potenze. Da qui l’inusuale tatticismo adoperato in occasione di conflitti diplomatici internazionali che contrasta con l’approccio fortemente unilateralistico imposto ai partner europei più deboli

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Questa voce è stata pubblicata il 20 settembre 2013 da in Germania con tag , .
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