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LO SPETTRO DELLA DEFLAZIONE NELL’EUROZONA

Nel frattempo, la BCE costruisce la sua nuova sede
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Financial Times: La Banca Centrale Europea sta fallendo l’obiettivo della stabilità dei prezzi. La difficoltà è che il consiglio direttivo potrebbe non essere d’accordo sulle misure effettive, sopratutto a causa delle divisioni su base nazionali. Questo potrebbe rivelarsi molto pericoloso. Dare credito quando il credito è dovuto. L’annuncio dell’estate 2012 del programma OMT della BCE – e l’annuncio preventivo di Mario Draghi, il suo presidente italiano, che la BCE avrebbe fatto “tutto il possibile” per preservare la moneta unica – ha ripristinato la fiducia. La BCE ha vinto la battaglia senza dover sparare un colpo. Dopo l’annuncio, i rendimenti dei Titoli di Stato italiani e spagnoli sono scesi a livelli molto più tollerabili.

Ma la BCE è stata molto meno vincente nel garantire la stabilità dei prezzi. È vero, il suo obiettivo non ne’ univoco ne’ asimmetrico come quello adottato dalle banche centrali. Il suo scopo è raggiungere un’inflazione “bassa, ma vicina, al 2% nel medio termine”. Eppure, dall’inizio dell’anno fino a Febbraio 2014 l’inflazione è stato dello 0.8%. Non è certo un numero vicino al 2% . È anche molto pericoloso, come viene sostenuto – e in maniera convincente – in un blog da membri di alto livello del dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale.

In primo luogo, questa bassa inflazione è, prevedibilmente, coincisa con una domanda debole. Nel quarto trimestre dello scorso anno, la domanda reale dell’eurozona è stata del 5% sotto i livelli del primo trimestre del 2008 . In Spagna, la domanda reale è scesa del 16%. In Italia è scesa del 12%. Anche la Germania, dove c’è stata una stagnazione della domanda reale dal secondo trimestre del 2011, non è certo una locomotiva. La mancanza di queste compensazioni ha reso la ripresa delle economie colpite dalla crisi più difficile, ha fatto diminuire gli investimenti e ha creato una disoccupazione di lungo termine. Tutto questo ha profondamente ferito l’economia dell’eurozona.

In secondo luogo, c’è il rischio reale che l’eurozona cada nella deflazione. Mario Draghi ha descritto la deflazione come una situazione in cui il declino dei prezzi si verifica in un numero significativo di paesi, attraverso un numero significativo di merci e in maniera “spontanea”. Secondo questa definizione, la deflazione è assente: solo tre paesi hanno un tasso d’inflazione negativa e solo un quinto di beni nell’indice dei prezzi al consumo (CPI) sono scesi di prezzo. Anche le apettative d’inflazione a lungo termine sono stabilmente vicine al 2% – anche se le attese a breve termine sono diminuite.

Come sostenuto dagli autori del Fondo Monetario Internazionale: «non ci si dovrebbe confortare troppo delle aspettative a lungo termine d’inflazione positiva». I dati indicano che, a lungo termine, i prezzi dell’eurozona dovrebbero aumentare di un salutare 2% annuo. Ma come sottolineano, le aspettative d’inflazione a lungo termine erano anche influenzate positivamente perchè antecedenti ai tre periodi di deflazione in Giappone. Era l’aspettativa di breve termine che ha portato il pessimismo – che porta alla caduta dei prezzi e dei salari e che consente alla deflazione di prendere piede.

In parole povere, l’eurozona è a solo a uno shock negativo di distanza dalla deflazione. La coperta è corta. Quando sono necessari tassi d’interessi reali negativi a breve termine per evitare la deflazione, vuol dire che la situazione è pericolosa. In terzo luogo, l’inflazione troppo bassa è di per sè costosa. Questo è particolarmente vero per i paesi che devono ripristinare la competitività. Se l’inflazione nel centro dell’eurozona è bassa, allora l’inflazione dei paesi colpiti dalla crisi deve essere vicino allo zero o negativa. Angelo Ubide del Peterson Institute for International Economics osserva anche che l’inflazione media nei paesi in surplus è solo dello 1.5% contro lo 0.6% delle economie in aggiustamento. Mentre il calo dei prezzi potrebbe migliorare la competitività, va ad aumentare l’onere reale del debito pubblico e privato. Questo potrebbe creare un altro round di tensioni finanziarie.

L’eurozona è soltanto a uno shock negativo dalla deflazione. Se l’inflazione media fosse pari al 2% con i paesi in surplus di (diciamo) al 3% e con i paesi in fase di aggiustamento al 1% l’eurozona sarebbe molto più in forma: i tassi d’interesse reali sarebbero inferiori, l’economia sarebbe più forte e l’adeguamento interno sarebbe più veloce. Se l’inflazione media invece arriva al 3% (che è il tasso che la Bundesbank ha raggiunto nel 1980–1995) sarebbe ancora meglio.

La BCE ha permesso che l’eurozona cadesse in una crisi profonda e radicata. Non riesce a raggiungere il suo obiettivo d’inflazione e l’economia sta flirtando con la deflazione. La BCE ha anche permesso che l’offerta monetaria e creditizia ristagnasse. La Bunsesbank è abituata a concentrarsi su queste variabili, perchè nel corso del tempo possono fare pressione sulle attività, gli stipendi e sui prezzi. Ma la BCE sembra ingnorarli, e non riesce a svolgere il suo compito.

Quindi, che cosa si può fare? L’obiettivo deve essere quello di aumentare la domanda e l’inflazione nell’eurozona, in particolare nei paesi in surplus. L’obiettivo deve essere quello di migliorare i mercati del credito.

Per arrivare a tale obiettivo, la BCE dovrebbe annunciare un obiettivo di inflazione simmetrico del 2% , indicando che d’ora in poi la bassa inflazione verrà vista come un problema non meno grave di un rapido ed eccessivo aumento dei prezzi. Si dovrebbe attuare un programma di Quantitative Easing, con l’acquisto di obbligazioni dei governi membri in proporzione alle partecipazioni nella banca centrale. Infine, si deve annunciare un’operazione di rifinanziamento a più lungo termine per sbloccare il flusso di credito alle piccole e medie imprese. Altre possibilità, come ad esempio i tassi di deposito negativi, vanno prese in considerazione

Le difficoltà sorgono. È improbabile che tali misure avrebbero un grande aumento della domanda nei paesi in surplus: il tasso di interesse sui Bund tedeschi è già molto basso. I benefici si sentirebbero soprattutto nei paesi della periferia – andando a cementare l’idea che le economie colpite dalla crisi sono state tratte in salvo dalla porta posteriore. Gli acquisti su larga scala di obbligazioni di paesi colpiti dalla crisi sono legali, ma possono anche scatenare l’isteria nell’Europa in surplus. La BCE probabilmente subirebbe una scissione interna profonda se si cercasse di adottare una simile politica. Questo potrebbe mettere in pericolo la sua legittimità politica.

Il timore è che la BCE possa essere costretta a fingere che la bassa inflazione non sia una minaccia perché non può essere d’accordo su cosa fare al riguardo.

La crisi dell’eurozona non è finita. Nonostante l’emergere di un certo grado di stabilità, la situazione resta molto fragile. La BCE potrebbe, infatti, essere in grado di fare molto poco. In parte perchè le misure che avrebbe bisogno di prendere sono controverse. In parte perchè secondo alcuni lo scopo della BCE non è stabilizzare l’economia dell’eurozona ma l’economia della Germania.

Questa non è Unione Monetaria Europea; questa è qualcosa di molto diverso

 — Martin Wolf

(tradotto e postato da @FedericoNero)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2014 da in Germania, Traduzioni con tag , , , , , , .
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