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“Per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare”

COSÌ SI CONDUCE UNO STATO ALLA BANCAROTTA

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Articolo originale: Así se lleva a la quiebra a un Estado

Interessante riflessione di Guru Huky su Gurusblog in data 21 Luglio, ripresa anche dal Prof. Alberto Montero Soler su twitter, relativamente alla capacità che posseggono le scelte politiche sbagliate di mettere in pericolo la salute dei conti pubblici di uno Stato. In questo articolo NON si parla di euro (spero non resterete delusi, ma ogni tanto è necessario variare), bensì di come il governo di sinistra spagnolo presieduto da Zapatero, è stato non solo in grado di evitare di affrontare la crisi che montava nel 2008, bensì di peggiorarne gli effetti, grazie alla gestione “creativa” delle finanze dello Stato. Noterete, anche se con ampiezza molto più marcata rispetto al caso nazionale, alcune similitudini con le misure di politica economica intraprese dai politici italiani nello stesso arco temporale. Infatti, il collasso del mercato immobiliare (come mai la Spagna ha avuto una bolla sui beni non-tradable? mi sbagliavo, forse si parla anche un po’ di euro, ma non certo di #referendumcontrolausteritàafavoredellepoliticheespansiveallinternodelleurozona) che ha portato alla medesima sorte il sistema bancario iberico è stato prima ignorato, poi sottovalutato, quindi mal gestito e infine aggravato da misure simil-keynesiane in un contesto dove però hanno provocato effetti opposti a quelli sperati (ops, si parla anche di referendum e accelerometri).

L’interrogativo finale che si pone l’autore è al contempo spaventoso e ineludibile. Purtroppo per la Spagna le sorti sembrano oramai compromesse.


 

 

Andiamo a ripassare rapidamente come si sono evoluti i conti pubblici dello stato spagnolo  negli ultimi 13 anni, più che altro per imparare come si riesca a far arrivare uno stato alla bancarotta e quali errori si siano commessi.

Evoluzione di introiti e spesa pubblica in Spagna: Introiti (verde) – spesa (rosso). Cifre in milioni di euro (fonte)

Evoluzione di introiti e spesa pubblica in Spagna: Introiti (verde) – spesa (rosso). Cifre in milioni di euro (fonte)

 

1-    Per fare il botto che abbiamo fatto noi, è indubbiamente imprescindibile per vivere prima un certo numero di anni consecutivi di prosperità che permetta ai politici di credere di essere degli eccellenti amministratori. Dal 2001 al 2007, la spesa statale è aumentata di quasi 150 milioni [di euro, ndr], ovvero un incremento del 57%. Questo spettacolare aumento della spesa è accaduto per fortuna o purtroppo contemporaneamente ad un aumento ancora più spettacolare delle entrate statali, il che ci ha permesso di chiudere nel 2006 e 2007 con i più grandi surplus di bilancio della nostra storia [quella spagnola, ndr]. Oltre 20 miliardi di surplus.

L’incremento dei ricavi di finanza pubblica era solo un miraggio risultante dalla enorme bolla immobiliare che si era venuta a creare in Spagna, che ha contribuito non solo ad assorbire forza lavoro, ma era anche una fonte crescente di entrate per l’erario pubblico. Ad esempio, per l’imposta di trasferimento patrimoniale e atti giuridici documentati, una imposta correlata alla compravendita di case, lo Stato ricevette nel 2006 circa 20 miliardi di euro. Tra il 1980 e il 1999 l’introito medio annuo di questa tassa era compreso tra 3. e 6. miliardi di euro. Vale a dire, l’aumento del gettito fiscale dell’ imposta di trasferimento patrimoniale rappresentava quasi tutto l’avanzo di bilancio che abbiamo avuto nel 2006 e 2007.

2-    Nel 2007 arrivò la crisi finanziaria. E nel 2008 era già più che evidente che la crisi finanziaria era una realtà. Eravamo in una buona posizione, almeno per quanto riguarda il livello di indebitamento, per poter affrontare la crisi, ma una serie di decisioni hanno fatto sì che la cosa si incasinasse completamente.

Nel 2008, mentre il resto del mondo era impegnato nei salvataggi bancari, la Spagna o il governo spagnolo del momento decise di negarne la legittimità. La banca spagnola era la più solvibile del mondo e un esempio da seguire e non aveva subprime nei propri bilanci. Effettivamente le banche spagnole non avevano comprato subprime, tra le altre cose perché si stava finanziando per alimentare i nostri propri subprime made in Spain. Avremmo potuto scegliere in quel momento di fare una pulizia completa dei bilanci delle banche, ma ciò non è successo.

Eppure, nonostante non salvare le banche mentre lo faceva il resto del mondo, la spesa pubblica schizzò alle stelle. In soli due anni, di circa 70 miliardi di euro (che è circa l’enorme deficit pubblico medio che ci trasciniamo da allora).

Tra l’altro il governo ZP [Zapatero, ndr], ha scelto di intraprendere una sorta di politica economica keynesiana, ma in modalità taccagna. Tra le misure adottate, il rimborso di € 400 a 13 milioni di contribuenti (che tipo di amministratore è colui che decide di distribuire un dividendo straordinario quando i guadagni stanno iniziando ad affondare?) [commento del traduttore: e, soprattutto, chi vi ricorda?]

E un favoloso Piano E: circa € 13.000 milioni destinati a opere senza alcun valore aggiunto e che tra l’altro spese 37 milioni di € in pubblicità, dato che tutti i lavori finanziati dal Piano E dovevano avere un corrispondente poster propagandistico.

Risultato? Il sistema bancario non sanato, le entrate pubbliche in picchiata e la spesa alle stelle in misure folli.

Con ciò arriviamo alla fine del 2011 e pertanto bisognò salvare un sistema finanziario che stava andando in mille pezzi. All’inizio si provò un po’ di tutto, e tra le tante cose l’invenzione di fusioni fredde delle cajas [le casse di risparmio spagnole, ndr], un tentativo di ricreare il mostro di Frankenstein per il quale si prometteva che una caja insolvente + 3 o 4 cajas più insolventi avrebbe portato a dar luogo ad una banca solvente.

Così che, una volta che finirono le invenzioni, fu necessario fare i conti con la realtà e iniettare denaro pubblico nel sistema finanziario. Migliaia di milioni di euro per rattoppare un sistema finanziario con i bilanci pieni di crediti inesigibili. Si sarebbe potuto optare per una ricapitalizzazione delle banche parzialmente a carico dei possessori di debito senior, invece si scelse di farlo con i soldi del contribuente e con il debito subordinato che era stato collocato, per la gloria delle banche, tra i suoi clienti. Senz’altro, le garanzie date dallo Stato alle banche affinché concedessero credito con l’inizio della crisi causò la necessità che la gran parte dell’aiuto dovesse provenire dalle casse dello Stato, giacché nel caos di mancati pagamenti del suo debito senior lo Stato rispondeva con il rilascio di garanzie.

Tutto ciò ci fa arrivare al 2012-2013. Ove teoricamente entriamo nella fase di tagli della spesa pubblica, però come si può osservare anche nel 2014 la spesa pubblica continua ad essere vicino ai 40 miliardi più elevato del livello che avevamo nel 2007. Salita brutale delle tasse per tentare di evitare la caduta degli ingressi e il taglio dei diritti fondamentali. Tra le altre cose, ci siamo giocati il principio di sanità pubblica universale e, inoltre, abbiamo messo barriere di entrata per l’accesso alla giustizia.

Il fatto che la spesa continui ad essere di 50 miliardi di euro superiore a quella nell’epoca di massimo splendore economico, nonostante i tagli, è logico. Negli ultimi 6 anni abbiamo generato 550 miliardi di euro di deficit o, che è lo stesso, 550 miliardi di euro di debito aggiuntivo, debito sul quale ovviamente bisogna pagare gli interessi. 550 miliardi di euro al 3,5% di costo medio di finanziamento sono quasi 20 miliardi di euro di spesa all’anno che si paga solo in interessi. Senza bolla immobiliare e senza possibilità di vendere 1 milione di case l’anno ci sono 15 miliardi di euro in meno di ingressi fiscali di trasferimenti patrimoniali che mai più torneremo ad avere.

In totale un buco da 35 miliardi di euro l’anno. E ovviamente per tentare di tappare il buco, abbiamo optato per aumentare l’IVA e altre tasse diverse, cosa che non aiuta esattamente ad avere una ripresa economica.

La domanda che rimane nell’aria a cui rispondere è facile. Dato l’attuale livello di indebitamento, siamo riusciti a portare le finanze pubbliche oltre il punto di non ritorno nel quale solo possono essere sanate con un taglio del debito [si legga: default parziale, ndr] ? Qual è questo punto di non ritorno?

Nei prossimi anni sicuramente ci toglieremo il dubbio.

 

Tradotto da: spud85

2 commenti su “COSÌ SI CONDUCE UNO STATO ALLA BANCAROTTA

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