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SULL’OPERATO DEL FMI: LA STORIA INFINITA DEL BRUTALE SACCHEGGIO ARGENTINO (parte 2)

La seconda parte dell’ottima analisi di Mario d’Aloisio. Andiamo a vedere l’Argentina negli anni ’80 e gli effetti delle riforme strutturali imposte dal FMI. (La prima parte è disponibile qui.)

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Con lo scoppio della crisi debitoria argentina nei primi anni ’80, il FMI diventò di fatto l’unico gestore finanziario del paese. Il persistere di squilibri nel bilancio dello Stato, l’incapacità di generare surplus commerciali con l’estero, oltre all’aumento dei tassi di interesse fecero da detonatore alla bolla del debito che si era gonfiata durante gli anni del regime.

La situazione precipitò rapidamente, aggravata dal peso dei costi sostenuti per portare avanti la guerra: i capitali abbandonarono il paese, le riserve di valuta si esaurirono, le scadenze del debito non furono onorate e i creditori internazionali interruppero l’elargizione di nuovi prestiti.

Il FMI intervenne in qualità di garante internazionale, fissando nuove regole per il pagamento degli interessi e per l’estinzione del debito pregresso. In cambio l’Argentina avrebbe dovuto accettare condizioni economiche piuttosto onerose. Le riforme strutturali stabilite dal FMI imposero infatti al governo la riduzione del deficit commerciale attraverso il sostegno all’export e il contenimento della domanda interna, la restrizione dell’emissione monetaria, la riduzione del disavanzo fiscale con diminuzione della spesa dello Stato e aumento delle tariffe pubbliche e delle imposte.

Il presidente Alfonsín si trovò dunque costretto ad adottare urgenti politiche di bilancio col rischio di portare al collasso un’economia già moribonda, considerato che buona parte dell’apparato produttivo del paese, in particolar modo il suo comparto industriale, era ormai in bancarotta. Progressivamente il peso del debito diventò sempre più insostenibile. Le limitazioni prescritte dal FMI per mantenere credibilità sui mercati ed ottenere nuovi prestiti spinsero tuttavia di lì a poco i paesi latino americani aderenti al Gruppo di Cartagena (complessivamente indebitati per 368 miliardi di dollari) a richiedere una soluzione politica alla crisi del debito. La minaccia di una coalizione multilaterale in grado di creare i presupposti per procedere in modo autonomo al rimborso dei debiti costrinse i paesi creditori ad adottare una politica meno rigida nei confronti di quelli debitori. Col Piano Baker del 1985 il FMI respinse ogni tipo di riduzione concordata del debito, ma accolse un alleggerimento dello stesso attraverso la rinegoziazione delle scadenze di rimborso. Il FMI si dichiarò inoltre disponibile a concedere un maggiore sostegno finanziario ai paesi debitori che avessero raggiunto un accordo interno sulle riforme strutturali da intraprendere.

Lo stesso anno Alfonsín adottò il Piano Austral con l’obiettivo di contenere l’inflazione (che superava ormai il 1000%) e di consolidare il bilancio dello Stato. Il piano previde dunque la riduzione del disavanzo pubblico attraverso una profonda riforma fiscale (basata sull’incremento delle tariffe e dei prezzi dei servizi pubblici, prelievi fiscali sul commercio estero e la razionalizzazione complessiva della spesa pubblica), oltre a politiche monetarie restrittive e il blocco di prezzi e salari. L’austral sostituì il peso con un rapporto di uno a mille, e il tasso di cambio della nuova valuta fu fissato al dollaro statunitense. L’effetto iniziale del Piano fu sostanzialmente positivo: l’inflazione fu abbattuta senza intaccare il livello di produzione e di occupazione.

Il momentaneo rientro sul deficit rassicurò i creditori internazionali che allentarono provvisoriamente le pressioni sul paese, mostrandosi disposti a concedere nuovi prestiti. Tuttavia tra il 1986 e il 1987 l’Argentina dovette affrontare una nuova fase recessiva. La bilancia dei pagamenti andò in forte passivo per il repentino calo dei prezzi di alcune esportazioni agricole e la crescita delle importazioni dovuta all’incremento della domanda interna. In brevissimo tempo l’inflazione tornò a salire a ritmi spaventosi, sicché il Piano Austral fu definitivamente accantonato. Il picco della crisi fu raggiunto nel 1989, allorché l’inflazione superò il 5.000% (a Buenos Aires i prezzi venivano scritti col gesso su lavagnette per poter essere aggiornati nel corso della giornata).

Contemporaneamente il PIL si contrasse bruscamente, la disoccupazione rimase elevata, e i salari reali si dimezzarono. Il paese fu scosso da una serie di sommosse popolari durante le quali negozi e centri commerciali subirono saccheggi e razzie per l’improvvisa carenza di beni di prima necessità. Le violente rivolte da parte delle fasce più povere della popolazione (per lo più abitanti delle bidonvilles e delle periferie urbane) indussero il presidente Alfonsín a dare le dimissioni.

(continua qui con la terza parte…)

2 commenti su “SULL’OPERATO DEL FMI: LA STORIA INFINITA DEL BRUTALE SACCHEGGIO ARGENTINO (parte 2)

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2014 da in Argentina con tag , , .
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