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SULL’OPERATO DEL FMI: LA STORIA INFINITA DEL BRUTALE SACCHEGGIO ARGENTINO (parte 3)

Menem_con_banda_presidencialDopo aver visto la prima e la seconda parte di una interessante analisi retrospettiva sull’Argentina di Mario d’Aloisio , andiamo a vedere la terza parte. Quei  “meravigliosi anni ’90”

Il 1989 fu l’anno della svolta liberista per l’Argentina. L’artefice del radicale cambiamento nella politica economica del paese fu Carlos Menem, un eccentrico avvocato peronista, al tempo governatore di La Rioja. Menem si presentò agli elettori come una sorta di taumaturgo ispirato da ideali socialisti e schierato in difesa dei più poveri.

Una volta eletto presidente, Menem subì tuttavia una repentina metamorfosi. L’uomo che aveva raggiunto la notorietà per l’impegno in difesa dei parenti dei desaparecidos si ripulì presto dei folti basettoni da caudillo per apparire in giacca e cravatta, abbronzato e seducente.

L’ex governatore di La Rioja svelò sin da subito la propria indole ambigua, allorché stabilì a sorpresa di concedere l’indulto in favore degli alti esponenti delle giunte militari responsabili degli atroci reati commessi durante gli anni della dittatura.

Soltanto un anno più tardi, sotto la costante pressione del FMI, Menem intraprese una serie di misure impopolari con l’obiettivo di ridurre il debito e di contenere il fenomeno dell’iperinflazione. L’intero sistema economico argentino venne radicalmente ristrutturato attraverso una profonda opera di privatizzazione che non risparmiò nessun settore dello Stato.

Si trattò di una vera e propria operazione lampo. In soli due anni vennero svendute le principali imprese pubbliche di telecomunicazione e di navigazione aerea, buona parte del settore petrolchimico (la YPF venne ceduta a metà del suo valore di mercato), più di un terzo della rete stradale nazionale ed oltre 5.000 linee ferroviarie (molte delle quali vennero subito smantellate).

Almeno fino al 1994 il programma di privatizzazioni stimolò un enorme afflusso di capitali esteri. In un clima di corruzione dilagante il 90% del settore pubblico venne venduto ad imprese straniere a veri e propri prezzi di saldo. Le entrate dello Stato furono utilizzate per riacquistare parte del debito estero, oltre che per ridurre il deficit, ma gli effetti benefici furono del tutto provvisori.

La moneta nazionale tornò il peso, e venne fissata la parità con il dollaro nel rapporto di uno a uno. L’inflazione calò repentinamente al 172% nel 1991, per passare al 17,5% nel 1992 e al 4% nel 1994. Ma il fenomeno della disoccupazione iniziò a manifestarsi in gran parte del paese per via dei pesanti tagli imposti nelle ex aziende di Stato (a seguito dei quali oltre 700 mila lavoratori furono lasciati a casa).

Le privatizzazioni di settori come la sanità, l’istruzione e il sistema previdenziale impedirono progressivamente ai più poveri di accedere ai servizi essenziali per via dei costi crescenti.

Nonostante ciò la crescita del PIL, stimolata dall’incredibile afflusso di capitali esteri concomitante con la recessione negli Stati Uniti e i bassi tassi d’interesse americani, arrivò a sfiorare il 10%.

Per qualche anno l’Argentina fu additata come un vero e proprio modello di successo delle politiche neoliberiste promosse dal FMI.

Le importazioni raggiunsero livelli record, e anche l’export si incrementò notevolmente, soprattutto per via dei forti legami commerciali intrapresi col Brasile. Nel 1994 il governo Menem firmò a New York il Fiscal Agreement Agency, l’accordo che stabiliva l’emissione di bond argentini regolati secondo la legge degli Stati Uniti d’America. Alla fine del 1994 l’aumento dei tassi di interesse americani determinò tuttavia una contrazione dei prezzi sui mercati obbligazionari mondiali e la fuga di capitali dall’America Latina.

L’Argentina piombò in recessione e il tasso di disoccupazione raggiunse il 18% in pochissimi mesi. Menem difese strenuamente il cambio fisso col dollaro, bruciando buona parte delle riserve in valuta estera detenute dalla Banca Centrale. L’aumento dei tassi di interesse quadruplicò la spesa del finanziamento del deficit e il debito estero tornò a gonfiarsi paurosamente.

Se in un primo momento l’apprezzamento del real difese l’export argentino, l’attacco speculativo subito nel 1999 dalla valuta brasiliana, e la sua successiva svalutazione, fecero precipitare il deficit della bilancia commerciale di Buenos Aires. La situazione iniziò rapidamente a degenerare.

Benché gli uomini del FMI continuassero a sottolineare pubblicamente il successo delle politiche economiche intraprese da Menem, il malcontento iniziò a esacerbarsi tra i piqueteros, gli attivisti appartenenti al movimento dei lavoratori disoccupati. In tutto il paese si verificarono mobilitazioni di protesta, sit-in, occupazioni di strutture pubbliche (il movimento dei piqueteros era nato nel 1995 contro il taglio di posti di lavoro a seguito della privatizzazione della YPF) e blocchi delle strade.

Il decennio menemista era ormai al capolinea. Già le elezioni del 1997 per il rinnovo del parlamento e del governo di alcune province avevano portato alla ribalta un’alleanza di centro-sinistra (composta dall’Unión Cívica Radical e dal Frepaso, il Fronte per un paese solidale). L’Alianza vinse le elezioni presidenziali del 1999 che portarono Fernando De la Rúa alla Casa Rosada.

De La Rúa ereditò un paese in condizioni finanziarie disperate.

Benché il governo Menem avesse privatizzato praticamente tutto ciò che si poteva (l’Argentina era nei primi posti al mondo per liberalismo economico) il debito estero (sia pubblico che privato) aveva raggiunto l’impressionante cifra di 140 miliardi di dollari. In dieci anni il PIL era cresciuto complessivamente del 46%, e quello pro capite dell’86%, ma la “cura liberista” aveva avuto conseguenze devastanti sull’occupazione e sulla disuguaglianza.

Nel 1999 il 20% della popolazione più ricca deteneva il 70% delle ricchezze, mentre il 20% più povero solo il 2%. Intanto quell’anno il PIL si contrasse del 4%. De La Rúa si pose come obiettivo immediato quello di attirare nuovi capitali esteri, con lo scopo di sostenere il fabbisogno del debito dello Stato.

Il governo incrementò il livello di tassazione e impose tagli alla spesa pubblica. Il risparmio per le finanze pubbliche fu del 2% del PIL, una cifra irrisoria rispetto all’esponenziale incremento degli interessi passivi sul debito. Nell’aprile del 2000 il tonfo della borsa di Wall Street segnò la fine del boom economico americano.

L’intera economia mondiale subì un brusco arresto.

I capitali abbandonarono rapidamente l’Argentina. De La Rúa chiese il soccorso del FMI, che in risposta pretese dolorose misure di austerity in cambio di un prestito da 40 miliardi di dollari.

La recessione si aggravò e il paese precipitò in deflazione. Il rischio di insolvenza sul debito accelerò la fuga di capitali. De La Rúa richiamò Cavallo, il ministro delle finanze di Menem promotore della parità dollaro-peso, con l’obiettivo di portare a compimento il programma di austerità indicato dal FMI. Mentre la scure di Cavallo si abbatté su una popolazione già allo stremo delle forze, molti risparmiatori iniziarono a prosciugare i propri conti correnti.

Il FMI pretese che il governo ottenesse il pareggio di bilancio come presupposto per un ulteriore prestito da 8 miliardi di dollari.

Cavallo si dichiarò disposto a difendere la parità peso-dollaro ad ogni costo. Intanto il prelievo sui conti correnti, che aveva viaggiato al ritmo di 500 milioni di dollari al giorno per tutto il mese di novembre, toccò a dicembre la quota di 1 miliardo di dollari ogni ventiquattro ore. A quel punto Cavallo fu costretto ad istituire il corralito.

Ma la misura si rivelò del tutto inutile, giacché, nel momento in cui il blocco dei conti correnti divenne operativo, erano già usciti dal paese oltre 100 miliardi di dollari. L’Argentina precipitò nel caos, tra saccheggi e tumulti di piazza. Il governo dichiarò lo stato d’assedio.

Il 21 dicembre 2001 dal palazzo della Casa Rosada si alzò in volo l’elicottero che portò in salvo il presidente Fernando de la Rúa, mentre Plaza de Mayo era teatro di violenti scontri tra popolazione e forze dell’ordine. Qualche giorno più tardi il governo ad interim guidato da Rodríguez Saá dichiarò lo stato di default sulla maggior parte del debito, per una cifra pari a 132 miliardi di dollari.

(continua qui con la quarta e ultima parte…)

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Questa voce è stata pubblicata il 19 settembre 2014 da in Argentina con tag , , , , .
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